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Al di là di tutto quello che si può scrivere o dire sulla perdita di una persona cara, il momento in cui quella persona effettivamente finisce di vivere su questa terra e nel suo corpo, il mondo sembra crollare, il dolore è così forte che le parole vengono meno, che qualsiasi ragionamento perde di significato e valore, la mente umana si trova ad un punto di difficle comprensione. Mi sono permessa di riportare una pagina del libro, Tutti i bambini tranne uno, dello scrittore francese Philippe Forest che ha vissuto la morte della piccola figlia di 4 anni, perchè mi ha fatto riflettere il modo in cui parla dell'elaborazione del lutto, visto come un “automatismo letargico” inevitabile che va fatto per sopravvivere, come un lavoro e che porta a dimenticare l'essere amato.
Effettivamente elaborazione del lutto è il nome dato ad un evento naturale per cercare di capirlo, arginarlo, per cercare di trovare certezze e comprensione laddove non possono esserci, per sentirci più sicuri, quando alla fin dei conti l'elaborazione del lutto è tutto un insieme di momenti, sensazioni, pensieri, ricordi, nuove comprensioni che prendono l'avvio, inevitabilmente, nella mente, nel cuore e nel corpo di chi rimane e si tratta di pura esperienza, difficilmente catalogabile proprio perchè personale e legata alla diversa situazione di ognuno. Il ricordo è la prima cosa che ci lega alla persona morta e ce la fa sentire ancora vicino, l'idea che il tempo possa affievolirlo inorridisce perchè è come un volersi sbarazzare di un peso scomodo. Il ricordo è invece quel tempo magico in cui si riallacciano fili invisibili con quell'essere senza sostanza da toccare ma ben vivo nella nostra parte più profonda. Come ben dice Forest “hai abbandonato all'ingranaggio funebre solo la vuota apparenza”: se ne va il corpo, ma non finisce tutto con questo.
È vero che tramite il corpo possiamo parlare con gli altri, sentirli vicini, abbracciarli, fare cose insieme e senza di esso no, ma mi sento di dire che la morte non è la fine di tutto, anche se apparentemente può sembrare.
Qui entriamo nel campo delle credenze sulla morte ed ognuno ha le sue, è importante rendersi conto però che il modo in cui si intende la morte influenza prepotentemente la direzione che daremo alla nostra vita. L'attaccamento al corpo svanito è molto forte per noi, il dolore che proviamo ce lo dimostra crudelmente, la mancanza della persona è immensa, come un baratro in cui ci sembra di sprofondare, così come comprendo chi sostiene che la morte lo spaventa perchè dovrà lasciare tutto quello che di bello ha qui e i discorsi sul dopo non lo aiutano ad affrontarla meglio. Ma io sento che qualcosa va oltre “la vuota apparenza” e che questo va scoperto nei segnali che ci arrivano, nelle comprensioni che facciamo nei giorni dopo la perdita, negli insegnamenti che la persona, anche un bambino piccolo, ci ha lasciato e che ci tornano alla mente. Il ricordo, appunto, che si lega indissolubilmente al presente.
Ci vuole fede, non tanto nel senso religioso, quanto nel fatto che l'universo è più di quello che riusciamo a percepire, che noi siamo più di quello che siamo abituati a considerarci, che se tutto finisse con la morte niente avrebbe senso e su questo dovremmo ognuno provare a meditare per vedere se questo senso lo riusciamo ad intravedere dentro noi stessi, senza che mi dilunghi oltre in chiacchere che a molti potranno sembrare campate in aria.
“L'oblio è facile....si dice elaborazione del lutto. Ma il lutto non è un lavoro. Piuttosto un automatismo letargico, un sonnambulismo istintivo, la discesa lungo la china di sonno. La vita lo incoraggia, con l'aiuto delle abitudini rituali..... il nome non viene pronunciato mai più....cancellato il disegno del suo profilo....Finisce così per svanire persino quella traccia che segnalava la parte ormai recondita dell'essere. Il corpo comincia la sua esistenza di fantasma....Dell'esistenza passata non resta che una somma improbabile di annedoti, di racconti non verificati, che fluttuano secondo la memoria di chi ogni tanto ancora si ricorda.... Tutto ciò che fu vita vissuta non è più certo di un racconto raccontato troppe volte. Il fenomeno è di una rapidità feroce. Il vivo non ha pietà per tutto quanto testimonia del suo destino coatto di oblio......l'immagne che si ha in pugno non è che una reminescenza fittizia, una tra le foto guardate mille volte in un album. La memoria si è ritratta....... Quando cessa il respiro, prosegue un'agonia invisibile e la società lo assassina di nuovo. A colei o a colui che piange, viene detto e ripetuto che s'impone un obbligo morale: serbare memoria di chi hanno perduto, ma in una forma che non minacci loro stessi e la lega dei vivi. Questo si chiama: farsi il proprio lutto......Fare il lutto, così come si fa il letto, la doccia, la spesa.....come si fa fronte ad un dovere quotidiano e fastidioso, il cui adempimento è scritto nell'ordine invariabile delle cose. Bisogna essere ragionevoli, vero? Non ribellarsi ottusamente contro l'accaduto, accettare irrimediabilmente, superare il dolore, dimenticare lo sconforto, lasciare che il tempo ripoti la pace.....il nostro debito nei confronti dei morti, niente impedisce di pagarlo con il denaro falso di ua tristezza passeggera. E nella bocca del cadavere si lascia cadere appena un obolo di rame.. la ragione, la morale, il buon senso, l'affetto impongono l'oblio............e spesso questa barbarie di sopravvivenza ha la meglio, perchè si ritrova dalla sua parte la ragione dell'istinto, l'automatismo dell'interesse, il tutto giustificato dall'uso immemorabile delle generazioni che mettono sottoterra la carne da cui sono nate. Ma se la questione viene posta in modo più brutale, non manderà in mille pezzi tutte queste menzogne impietose ?...........come accettare quel cadavere?..............proprio questo corpo preciso, con il suo spessore di carne che ieri accarezzavi, baciavi, …......e che aveva attorno come un'eco persistente di parole, risate, promesse. Come fai a lasciarlo andare via? E verso dove? Verso quale dissolvimento impossibile? Dentro quale solitudine? Non è il lutto, che si fa per conto suo, a essere un lavoro. Il vero lavoro della mente si fa in senso inverso, impedendo che tutto ciò che è stato scompaia nel gelo nauseante dell'oblio............come si fa a non lasciare che sparisca la bambina della quale hai accompaganto fino all'ultimo l'agonia, della quale hai abbandonato all'ingranaggio funebre solo la vuota apparenza?” Aggiungi ai preferiti (9) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 597
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