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I giornali e le televisioni lo hanno chiamato dottor Morte, e questa definizione lo insegue a ogni occasione. Non era toccata a Himmler. E nessuno ha definito così i generali che hanno tenuto in stato d'assedio Sarajevo, Srebenica o Mostar. Uccidere attivamente, con un gesto consueto della guerra, ci appare normale. Uccidere per porre fine al terrore e al dolore insopportabile di qualcuno ci appare disgustoso e un po' losco. Questo è il destino che si è scelto Jack Kevorkian, medico di Detroit che da qualche tempo assiste persone malate senza speranza che riescono ad arrivare da lui, riescono a concordare, passo per passo, cauti, guardinghi, sperando di sfuggire alla polizia, il gesto che stanno per compiere: il suicidio.[...] Aiutare a morire (eutanasia) è una violazione grave e diretta della fede cristiana.Per la Chiesa cattolica è un peccato mortale. Bisogna però separare la constatazione della realtà dal dettato di una fede. E' importante per non privarsi di conoscenza. La fede entra in azione quando si tratta di accettare o vietare. Ma non impedisce, io credo, di esplorare il territorio e porre la domanda ambientandola nella vita quotidiana. Il dottor Kevorkian è un assassino? [...] Prima [...] non c'era una legge che definiva reato l'attività medica del dottor Kevorkian. Nessuno aveva mai pensato al "suicidio facilitato" o lo aveva fatto o aveva detto di averlo fatto, nello Stato del Michigan. Perciò quando il dottor Morte ha iniziato "il suo lavoro" (come dicono lugubremente i giornali) quello che lui faceva non era reato. Ma c'è stata una forte reazione dell'opinione pubblica. Stranamente molto più forte di quando a un poliziotto sfugge una pallottola e l'inseguito cade morto sul marciapiede. Molto più forte di quando un bambino muore uscendo da scuola, preso nel fuoco incrociato di due gang della droga.
Si direbbe che la gente ha imparato a convivere con "i fatti della vita" che comprendono un bel po' di morte quotidiana. Ma non può tollerare l'idea della morte protratta da un atto di libera volontà aiutato dalla scienza. La morte - sembra essere il consenso comune - deve essere imprevedibile ed estranea. E fino a questo punto, è bene notare, non c'entra la fede. Non risulta che la legge Kevorkian sia stata votata al parlamento dello Stato del Michigan su pressione o richiesta delle Chiese (non tutte le Chiese condannano questo gesto, e anche fra coloro che lo respingono, non tutte sono disposte a considerarlo anche un reato oltre che un peccato). Quello che i legislatori devono avere avvertito è la repulsione dei concittadini, degli elettori, ad ammettere la disperazione fra i materiali della vita quotidiana, dei rapporti sociali, del consenso politico. Per capire, occorre ricostruire il modo in cui il medico di Detroit ha scelto di agire. Ha fatto conoscere il suo atteggiamento anticipatamente, attraverso una conferenza stampa. Da quel momento il suo volto di uomo ingrigito che ha e dimostra sessantacinque anni, è apparso un simbolo, sinonimo dell'argomento fastidioso che era venuto a sollevare in pubblico. Poi Kevorkian ha mostrato l'apparato assai poco festoso con cui agisce: un furgone che contiene un mini-ambulatorio. In quell'ambulatorio c'è l'apparecchiatura per una iniezione indolore. Il medico si limita a spiegare, ammonisce, dissuade e registra tutto su video. Quando è certo, da medico e da persona, delle ragioni irrevocabili di chi si è presentato a lui, gli insegna come usare la macchina. E' il paziente a darsi la morte. Il medico assiste. Se Kevorkian avesse agito nella discrezione del suo ospedale, è probabile, o almeno possibile, che nessuno avrebbe voluto indagare su di lui. Si dice che molti medici, in silenzio, lo facciano. Ma il dottore in questione ha una dettagliata documentazione visiva di ogni evento e la mette a disposizione delle autorità e del pubblico, subito dopo. In questo modo crea un disturbo violentissimo nella comunità dei cittadini, ai quali viene ricordato in quali condizioni di dolore e di disperazione alcuni vivono. Ma gli altri, a quanto pare, non ne vogliono sapere. Ecco cosa deve avere spinto la mano dei legislatori, che pure sanno, se vogliono consultare dei medici, come si arriva a questi casi spaventosi. Hanno voluto rispondere alla pressione del pubblico e sanzionare l'esclusione della morte dalla parte attiva, operosa della vita. Hanno voluto tenere ben alto e solido il muro del non sapere. Da quel momento il medico Kevorkian è diventato il dottor Morte, perché ha aperto un varco nel muro della separazione.[...]
Infatti, tutti sono pronti a rifiutare la vicenda di morte che ferisce duramente la serenità quotidiana, che viola la voglia di non pensarci. Ogni gesto del dottor Morte costringe a rivisitare le istituzioni sociali, a rendersi conto di come funzionano gli ospedali, di quello che costano le cosiddette "malattie catastrofiche". E dunque forza a rendersi conto non solo del male fisico che portano, ma anche del vuoto sociale, immenso, pauroso, nel quale scivola la malattia. Il gesto del dottor Kevorkian costringe ogni volta ciascuno a visitare il dolore di qualcuno che si vorrebbe ignorare, che dovrebbe avere il buon gusto di morire in silenzio senza disturbare la convivenza civile con la sua pretesa di porre fine al suo insopportabile male.
E poiché il medico è costretto a documentare quello che fa, per mostrare che c'è una ragione in quello che fa e che questa ragione deve essere terribile, egli mette a disposizione le notizie utili a spiegare il suo gesto. Sono notizie che noi non vorremmo mai avere. In questo modo il dottor Morte spezza il fronte compatto del silenzio-ignoranza e spinge ciascuno a pensare al "cliente" di Kevorkian, da solo, per conto proprio. Ed è qui che la contraddizione si fa furiosa. Ciascuno, da solo, è costretto a rendersi conto di una realtà che vorrebbe ignorare. E viene a sapere quanto vasta e desolata è la parte di vita di cui vorrebbe non occuparsi. Sente allo stesso tempo il bisogno di farlo e di negare con accanimento questa necessità, che infatti vuole definire reato. Desidera cancellare tutto ma non può farlo da solo. Se mi lascio coinvolgere da solo in ciò che fa il dottor Kevorkian, mi è impossibile condannare, mi manca la sicurezza, la forza, sono costretto a "comprendere". Ma quella comprensione mi costa troppo, mette a rischio il mio equilibrio. Preferisco unirmi agli altri e chiedere che venga bloccata per sempre quella fenditura terribile nel muro delle certezze (o finte certezze) con cui attraversiamo la vita. Ecco, dunque, dove ci troviamo. Al di qua della prescrizione religiosa. Non dobbiamo confrontare con la regola di fede il percorso disperato di cui ci parla Kevorkian e che la pietà religiosa conosce bene. Dobbiamo giudicare solo l'ultimo gesto. A me sembra che non siano uguali le ragioni per cui la Chiesa dice di non aiutare un suicida, neppure in condizioni estreme, e quelle che spingono l'opinione pubblica a chiedere la condanna di uno come Kevorkian. Credo che i due percorsi siano opposti. Dalla parte della fede si sa tutto del dolore. Ma poiché lo si mette a confronto, per quanto grave, con la salvezza e la vita eterna, c'è una logica dottrinale, teologica e anche fraterna, nella proibizione. Dalla parte della legge, invece, la gente invoca il diritto di restare estranea al dolore di un altro, alla pena di non poter più controllare dignitosamente la propria vita. Chiede con furore che giudici e polizia chiudano un passaggio da cui arrivano notizie che non si vogliono avere. [...] La legge del Michigan [...] è un grido: "Voglio essere lasciato in pace. Ho diritto di non sapere". Il problema è se esista questo diritto. Dopo averci pensato, si potrà dare risposta alla domanda: chi è l'assassino? Siamo in mezzo a un guado. Di qua c'è una prescrizione di egoismo. La rivendicazione del diritto di non essere agganciati per forza al tormento di altri. Di là c'è la visione religiosa. Accanto ad essa qualunque dramma, per quanto grande, rimpicciolisce, e la fede offre una ragione grandiosa per non cedere. Ma, in mezzo, resta la solitudine. Sia in un mondo ben organizzato che produce e che ha fretta, sia in un mondo che si frantuma nelle sue funzioni essenziali, non regge il peso dei suoi doveri fondamentali. In questo vuoto, si fa avanti "il fai da te" della morte. Non dico che si deve accettare. Dico che si deve avere un titolo per impedirlo. Sono cose che non vengono da una sentenza o da un tribunale, dalla paura e dal voltare le spalle. E non vengono neppure dagli slogan dei finti credenti, che ricorrono a qualunque espediente pur di non sapere il dolore degli altri.
(Articolo tratto da DM 126 (maggio 1997) - DM periodico dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolre)
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